Il meme della memetica

Uno dei motivi per cui ho messo su questo blog è perché necessitavo di un supporto per le mie riflessioni sulla memetica.

Ho iniziato a interessarmi di memetica in seguito alla lettura di Giap! del collettivo Wu Ming, in uno dei cui articoli si accenna alla teoria dei memi abbozzata da Richard Dawkins in Il gene egoista. Ciò che viene espresso in sintesi dai Wu Ming è che le storie obbediscono alle stesse leggi evolutive darwiniane cui obbediscono gli organismi biologici. In breve, ciò significa che le storie posseggono i seguenti tre aspetti:

  • variazione, cioè la presenza di molti soggetti differenti nell’ambiente
  • eredità, cioè la capacità di replicarsi
  • adattamento, cioè l’effetto dell’ambiente sul successo di determinati soggetti

Inoltre si sostiene che le storie, alla pari degli organismi biologici, si contendano in una guerra senza tregua per l’evoluzione lo spazio dei nostri cervelli come se questi fossero un brodo primordiale in cui le storie trovano un ambiente ideale per la loro riproduzione.


DNA
by ~SulaMoon on deviantART

In realtà Dawkins nella sua teoria non si riferisce alle storie (intese come sequenze complesse ed organizzate di concetti) ma a un’unità di più ridotta dimensione ma di senso compiuto, il meme (termine equivalente al gene in quanto unità quasi indivisibile portatrice di informazione), assimilabile grosso modo al concetto di idea trasmissibile.
Intrigato dalle potenziali conseguenze che una teoria del genere potrebbe avere sul tema della brevettabilità dei prodotti dell’ingegno e sul copyright (verrebbe ovviamente a mancare il presupposto per l’esistenza del concetto stesso di “idea originale”), mi sono spinto pieno di entusiasmo nella lettura de Il gene egoista prima e di La macchina dei memi di Susan Blackmore poi alla ricerca di ulteriori chiarimenti e di spunti di riflessione e di eventuale azione civile.
La lettura del meraviglioso testo di Dawkins è stata illuminante innanzitutto per la chiarezza con cui viene espressa la sua interpretazione genecentrica dell’evoluzionismo, secondo la quale gli organismi biologici altro non sono che macchine da replicazione perfezionatesi in seguito alla guerra per la sopravvivenza dei geni ai propri alleli. Questa guerra si è combattuta sviluppando nel fenotipo delle caratteristiche atte a meglio far sopravvivere la propria macchina da replicazione e a farla accoppiare con altre macchine da replicazione che esprimono caratteri che dovrebbero far sperare in un corredo genetico che permetta al proprio di perpetrarsi per altre generazioni. Il discorso è naturalmente più complesso di quanto non sia possibile esporre in questa sintesi, ma è importante sottolineare ulteriormente che il protagonista della storia non è l’intero patrimonio genetico ma il singolo gene che, per il proprio “egoistico” vantaggio, fa gioco di squadra con gli altri geni al fine di assicurarsi la sopravvivenza: Dawkins usa la metafora, tipicamente british, di un equipaggio di canottaggio il cui successo non è garantito dalla presenza di un singolo “super atleta” ma dalla presenza concorrente e dalla coordinazione di più buoni atleti, selezionati sulla base dei risultati di numerose gare in cui gli equipaggi vengono combinati a caso su un insieme finito di atleti. Nel corso dell’evoluzione i geni hanno costruito macchine da replicazione capaci di alterare l’ambiente attorno a loro al fine di garantirsi maggiori probabilità di successo (tane mimetiche o termoregolanti, colture di funghi, dighe, eccetera). Essendo queste strutture esterne all’organismo biologico ma essendo anche espressione della lotta per la sopravvivenza dei geni, Dawkins ha coniato per loro l’espressione fenotipo esteso (concetto ampliato ed approfondito in un testo omonimo dello stesso autore). L’animale che ha dato origine alle forme più strabilianti di fenotipo esteso è indubbiamente l’uomo, che è anche l’animale che ha alterato maggiormente l’ambiente in cui vive. Ma proprio il caso dell’uomo ha portato Dawkins (e in seguito altri studiosi) a chiedersi il perché le azioni compiute dall’uomo in seguito alle funzioni avanzatissime del proprio cervello abbiano degli effetti che spesso non hanno una funzione di beneficio in termini biologici, a volte risultando piuttosto in contrasto con gli obiettivi stessi dei geni. Questo ha portato Dawkins a interrogarsi sull’esistenza di un nuovo tipo di replicatore, venutosi a creare in seguito allo sviluppo di determinate caratteristiche del cervello umano (la capacità di apprendere per imitazione in primis), che possa avere preso il controllo della macchina da replicazione costruita dai geni ai fini della propria diffusione. Questo replicatore è stato battezzato meme e sembra davvero che, usando la metafora di Dawkins, “il cane abbia preso in mano il guinzaglio”.
Susan Blackmore si spinge ancora più in là, suggerendo (e ben argomentando le teorie a supporto) che i memi siano alla base della selezione genetica che ha portato allo sviluppo del cervello umano ed all’acquisizione del linguaggio, della scrittura e degli altri modi di trasmettere e preservare le informazioni che l’uomo ha inventato nel corso dei millenni. Quindi si può dire che si è come creata come una catena retroattiva, in cui i geni hanno dato luogo a un fenotipo (il cervello) in cui hanno trovato origine e terreno fertile i memi, i quali hanno influenzato il comportamento dell’uomo inducendo una selezione genetica che ha potenziato il fenotipo cervello allo scopo di una migliore replicazione degli stessi memi. Quindi i memi hanno indirettamente dato luogo a dei fenotipi estesi (dalla stampa fino a Internet) atti alla memorizzazione e alla trasmissione dei memi, valicando i limiti del corpo umano. Su questi fenotipi estesi sorti sotto la spinta evolutiva dei memi la diffusione dei memotipi (equivalente memetico dei fenotipi, quindi romanzi, teorie scientifiche, religioni, superstizioni, mode, linguaggi di programmazione, eccetera) ha subito un’accelerazione che quando la trasmissione dei memi era relegata alla tradizione orale (racconti, canti, pettegolezzi) o agli artefatti (pitture rupestri, statuine, eccetera) sarebbe stata impensabile.
Per di più c’era un limite nei memi che invece non era presente nei geni e che rendeva più complessa la sopravvivenza dei memi per numerose generazioni senza subire grandi mutazioni: la copia dei geni è un processo digitale in cui di tanto in tanto avvengono degli errori di copia che però il più delle volte vengono corretti da meccanismi chimici all’interno delle cellule, mentre la copia dei memi è stata fino a poco tempo fa (in termini antropologici) analogica e facile preda di errori di copiatura e di mutazioni. Adesso, con l’avvento dell’informatica e di Internet, non solo la velocità di replicazione di un meme e la sua capacità di diffusione su scala planetaria sono aumentate a dismisura, ma è anche possibile che un meme si riproduca in enormi quantitativi di copie in modo digitale e che quindi le mutazioni siano un processo non più accidentale (o per lo meno non con la frequenza del passato) ma cosciente e finalizzato alla maggiore radicalizzazione e diffusione dei memi stessi. Ed è proprio sulla memetica nell’era dell’informazione digitale che voglio spingere le mie riflessioni, certo che grandi sorprese mi attendano nel corso di questo cammino.

Alla prossima!

Un pensiero su “Il meme della memetica”

  1. Bell’articolo. Anch’io ho letto il gene egoista di Dawkins e anch’io mo’ interesso di memetica, peró sono arrivato ad un punto morto: non riesco più a trovare nulla. Mi piacerebbe trovare articoli e notizie legate prevalentemente alla parte puramente matematica della memetica. Tu conosci testi utili?

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